Obscure Paths_____Cosmonisti. Il nuovo Album

nuovo album

Sembra che anche le strade percorse dai camionisti astrali di cui parla Mikael Niemi nel suo libro ("Il Manifesto dei Cosmonisti" - Iperborea, 2010), che ha per certo radici ben piantate nell'epica da strampalo vergata anni fa da Douglas Adams - quella "Guida galattica per autostoppisti" che fece epoca -, abbiano vocazione d'oscuro. 

Per nulla vero!!! 

Questi quattro ragazzi (e l'uomo che verga tracce d'umano cosmico) il cammino lo rischiarano, in qualche modo. Ricavano del piccolo di sopravvivenza - gli uni, con un suono tortuoso, complesso, da psichedelia che prenda i colori di mite metallico del progressivo; l'altro con toni di comico nordico, assurdo, tenuto fermo sui confini del debordante in grevità. 

È vero quello che dice Orson Welles sui nordici, rubando da Henry James, ovvero che spesso emanano quel profumo d'eterna paraffina, ma sono amabili quando sanno ridere. Mikael Niemi sta sempre lì, par che dica di morte per tutte le pagine del libro; e invece non fa che parlare dello stracco umano che è la sopravvivenza quotidiana di un'ameba inutile per l'intero universomondo. Cionondimeno un'ameba irresistibile! 

E allora, quattro ragazzi nati in una strana costellazione, quella della seconda metà degli Anni Ottanta/primi Novanta, riescono a far colonna sonora d'una minima sopravvivenza d'umano per otto tracce che, nella miglior tradizione progressiva italiana, non s'ungono di paralipomeni parapoetici - uno dei grossi danni degli Anni Settanta furono quei parolieri semiprofetici capaci di uccidere anche elfi anglosassoni del calibro di Pete Sinfield ("Frankenstein" e la sua CRAMPS furono un'eccezione eternamente alticcia). 

"Obscure Paths" creano quadri sonori efficaci.

Son ragazzi di quegli Anni Ottanta-Novanta declivianti, son gente concreta; la quasi totalità lavora nel quotidiano caliginoso e mortificante, hanno salde radici di cultura mista tra fantasy, fumetti, videogiochi e cultura Pop in generale. Ma non sono nativi digitali puri e, dunque, mantengono una curiosità che profuma di antica capacità di studio e di analisi. 

Son ragazzi che s'appassionano all'inedito in un modo che strabilia l'estraneo, soprattutto per motivi di età.

Ecco, le otto tracce del disco (PONOR - Why not white? - Pause - Kurt - The tangle - Rutvik - Night Shift - Öyvind) parlano in modo esplicito di questa curiosità ragazza che sta diventando adulta.

I ragazzi, dunque, selezionano fior da fiore in un'opera che ci potrebbe far gridare, a mezza voce senza produrci in scalmane: "Pippi Calzelunghe vive e lotta insieme a noi!". 

Un'opera che ha del gran dissesto mentale e necessita di una pellicola in musica che tratti di personaggi che si producono in scandagli sul "punto di non ritorno" (la prima traccia, "PONOR") salutati, a distanza di sicurezza, dai nostri camionisti sulle  autostrade galattiche. Sulla via del ritorno a casetta terra-che non è un posto così malvagio, a veder le creature, dal gommoso passando per l'insettoide fino al metallico non molto brillante, che vengono incontro in capitoli sonori che trattano di Universo e d'origini bigbengaloidi ("Why Not White"), di sfigati scienziati amburghesi di radici alla ricerca degli artefici del malo destino umano (i "Kurt" della quarta traccia), di gente alle prese con simulazioni d'altra vita ultraterrena (la sesta traccia, "Rutvik", cerca di dar testimonianza fotografica di tal fauna umana). Una sosta nel viaggio (la traccia "Pause") prelude ad incontri circonfusi di spettralita' astronavea (traccia "Night Shift") e di arcangelismo dai toni finali non tanto nei colori nordici d'Apocalisse. Ché questo viaggio è nei toni della farsa che si può trovare anche nelle pellicole di quel bel tipo di Ingmar Bergman. Che ha menato molti per il naso. Quello era tipo da sorriso un pochino mediterraneo, altroché. E mediterraneo è il colpo di pennello in musica che domina alcuni passaggi che vengon a far anticlimax nell'incedere spesso ai limiti dell'inquietudine che "Obscure Paths" conferisce in modo dominante al suo film in musica. Godibile anche per un profano contadinaccio ubriaco d'America in musica come chi scrive.

C'è qualcosa che colpisce d'occhio, nel booklet che accompagna il disco. C'è un figurino che potrebbe esser ritagliato a far simulacro d'uomo tridimensionale. A chi scrive ha subito ricordato il figurino d'uomo che sta all'interno dell'opera di El Lisickij Tatlin che lavora al "Monumento della Terza Internazionale". Questi ragazzi sanno come contarla, sono i pronipoti di quelle ragazze e di quei ragazzi che venivan fuori dai treni dell'Agit Prop dopo l'Ottobre Rosso. I treni con i vagoni decorati dai cubofuturisti, dai costruttivisti, dai bolscevichi immaginisti dopo il 1918. Cattivissimi allievi, sempre rimproverati per la loro riottosita', da Marc Chagall, commissario all'Accademia dello Strambo di Vitesbk. Ma accarezzati dolcemente sulle testoline da Kazimir Malevic. Parlano di "Effetto-Kulesov" , una cosa che ha mandato fuori di testa chi scrive, lo ha proiettato fino al 1988, ad un regalo di "Fuori Orario" di Enrico Ghezzi: una intera "Notte Kulesov". Uno scrigno di delicatezze per il palato a far memoria sanguinante per sempre. Questi ragazzi d'aura d'Anni Ottanta declivianti hanno umanità cosmica misera ma sopravvivente non a caso. Anni fa utilizzarono una sequenza di virato giallo limone marcito per illustrare un loro light-show. Una canzone "Prypat" vergava in note l'incidente di Cernobyl. Le immagini che scorrevano riportavano in vita morti destinati alla contaminazione per sciattezza inumana. Quegli uomini giovanissimi e quelle donne giovanissime mandate a morte certa, straziati in carne viva dal tritacarne del burocratico sovietico, uccisi nel seme d'origine, monstruati per l'eterno. Quei quattro ragazzi molfettesi avevano compiuto rito sacro. Avevano parlato di loro coetanei nel modo più amorevole. Attraverso l'inconsapevolezza. Una di quelle ragazze ucraine di Cernobyl, una piccola graziosa infermiera dai capelli bruni e dagli occhi marroni che chiamano il verde del bosco, la si è conosciuta. Halina. Per anni, in Ucraina, visse d'epistassi copiose. La salsedine del Mare Adriatico, in qualche strano modo, l'ha salvata. Questo tentativo di recensione, questo sguardo su quattro scriccioli della seconda metà degli Anni Ottanta è dedicato a lei / P.S.: Per dispetto non vi si dice cosa sia l'Effetto Kulesov. Ma su Google c'è una scheda, dunque è un dispetto scemo. Lev Vladimirovic Kulesov fu allievo devoto, astralmente, di David Wark Griffith.

 (Edenz Pastora)

 

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